La sanità e il Governo Draghi. Intervista a Manfellotto su Quotidiano Sanità

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Il presidente della Federazione Dario Manfellotto intervistato all’interno del Forum Quotidiano Sanità sulle priorità della sanità del nuovo Governo Draghi.

 

Il Governo Draghi è in corsa. Non sappiamo ovviamente ancora chi sarà il Ministro della Salute, ma è certo che la Sanità sarà uno dei temi forti del nuovo Esecutivo, a prescindere da chi occuperà questa casella, a causa del perdurare dell’epidemia, della necessità di accelerare il piano vaccini e poi di attuare quelle riforme di sistema delle quali il nostro Ssn ha certamente bisogno come già rilevato in questi mesi da moltissimi osservatori. Fatta questa premessa quali dovrebbero essere a suo avviso le priorità dell’agenda sanità del futuro Governo?

Una delle priorità è certamente quella di abbandonare il dogma economicistico che ha guidato negli ultimi 20 anni la gestione della sanità. L’aver legato il tutto al rispetto del budget economico guardando poco all’efficienza clinica, ha portato a tagli di personale e ridimensionamento degli ospedali penalizzando i risultati di salute. Non finirò mai di ripeterlo, immettere risorse in sanità è un investimento perché si produce lavoro qualificato, sviluppo tecnologico e si favorisce l’industria e l’indotto, producendo e tutelando allo stesso tempo la salute della popolazione. In questo modo il Ssn può essere economicamente sostenibile.


Pensa che i progetti attualmente inseriti nella Mission 6 del Recovery Plan con un finanziamento complessivo di circa 20 miliardi siano quelli giusti o servirebbe altro? E pensa che le risorse siano sufficienti?

Condividiamo gli obiettivi ma è del tutto evidente che essi vanno però declinati e precisati perché le parole scritte nel Piano possono voler dire tutto e niente. L’auspicio è che non rimanga un diario delle buone intenzioni. Per quanto riguarda per esempio gli investimenti negli ospedali è fondamentale l’ammodernamento strutturale e tecnologico di tutte le strutture pubbliche e classificate. La lezione del Covid ci ha insegnato che le nostre strutture, che sono molto vecchie o comunque datate nella maggior parte dei casi, devono essere a ‘fisarmonica’, ovvero in grado di mutare pelle nel giro di una settimana quando ci si trova di fronte ad un’emergenza.

Mi faccia anche dire che sono molto orgoglioso che nel Recovery Plan si parli di colmare le carenze di personale medico relativamente ad alcune figure specialistiche, citando espressamente la medicina interna. Per noi internisti, che da un anno ci stiamo facendo carico di assistere oltre il 75% dei malati Covid ricoverati in ospedale è un importante riconoscimento. Non sono in grado di dire se le risorse siano sufficienti perché bisogna attendere di vedere i progetti nello specifico, ma è chiaro che si deve fare un grande sforzo per rilanciare la sanità italiana.

Però un grande impegno deve essere rivolto a ricerca e formazione. Anche negli ospedali va fatta ricerca, perché   in questo modo migliora l’assistenza che viene prestata.

Tra le riforme auspicate c’è in primis quella della medicina e dell’assistenza del territorio di cui si parla da anni ma senza molto costrutto. Perché a suo avviso finora non si è riusciti a cambiare e innovare questo settore? Quali sono gli ostacoli che ne hanno impedito la riforma?

Di territorio tutti ne parlano ma nessuno sa cos’è. È un termine molto vago e poco definito.  Oggi l’assistenza territoriale vede una miriade di servizi, con annessa burocrazia, che non fanno altro che rendere il lavoro degli operatori e la ricerca di assistenza da parte dei cittadini molto complicata. Oggi rafforzare il territorio non vuol dire disseminare l’Italia di altre strutture burocratiche ma SI deve mirare a mettere insieme le forze già in campo, che sono molte ma senza una regia. Prima di tutto è necessario avere percorsi di assistenza chiari e semplificati, evitando di creare ulteriori percorsi a ostacoli per cittadini e operatori sanitari, proprio in quel “territorio” che dovrebbe agevolare le cure.

Un tema al centro di molte polemiche in quest’anno di pandemia ma anche prima, è senz’altro quello dell’autonomia regionale in materia sanitaria, Pensa che l’occasione di un Governo con una potenziale maggioranza parlamentare attorno all’80% possa prendere in mano la questione e riscrivere il Titolo V della Costituzione rivedendo l’attuale equilibrio dei poteri in materia di tutela della Salute?  Oppure, al contrario, ritiene che la “differenza” regionale nelle modalità di organizzazione e gestione della sanità vada salvaguardata?

Sono sempre stato contrario alla riforma che portò alla regionalizzazione della sanità. Secondo me è stato un errore. il Sistema sanitario è nazionale e deve dare linee d’indirizzo anche organizzative alle Regioni. Abbiamo visto tutti durante la pandemia quanti problemi abbia creato l’assenza di una rete di comando ben definita. Il Paese si deve muovere nella stessa direzione, ed è chiaro che ogni Regione ha delle sue specificità, ma il Ssn dev’essere uno, non solo di nome ma di fatto.

Tra le prime questioni sul tavolo del nuovo Governo ci sarà certamente il Piano vaccini anti Covid. Cosa servirebbe secondo lei per accelerare le vaccinazioni?

Anche in questo caso si rischia di trasformare la campagna vaccinale in burocrazia. Bisogna porsi degli obiettivi e pianificare al meglio. Per esempio occorre dare a tutte le strutture sanitarie la possibilità di vaccinare assumendo rapidamente operatori a contratto o incentivando il personale in servizio. Non trovo utili le Agenzie interinali che creano solo ulteriori filtri. Ma a parte ciò è chiaro che si può avere il piano più efficiente del mondo, ma se mancano le dosi di vaccino è del tutto irrealizzabile. Al nuovo Governo spetta anche questa sfida.

Altra questione, riguarda l’azione di contrasto all’epidemia. Secondo lei funziona il sistema a zone colorate funziona o va cambiato?

A mio avviso ha funzionato parzialmente. Crea imbarazzo vedere migliaia di persone in giro quando una regione diventa ‘gialla’ e poi tutti chiusi in casa quando si è in ‘rosso’. Il lockdown è una misura di emergenza ma è l’unica che realmente limita la curva. Se occorrerà, andrà fatta seriamente per almeno un mese. Non possiamo continuare all’infinito con gli stop & go dell’attuale sistema.

 

QUOTIDIANO SANITÀ, 12 febbraio 2021