Survey Fadoi su recupero prestazioni dopo quarta ondata e long Covid

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Almeno un anno per recuperare ricoveri e prestazioni negli ospedali

Il 70,8% lamenta un aumento dei ricoveri Covid. L’87,5% delle strutture ha attivato servizi per i pazienti long Covid. I disturbi prevalenti sono stanchezza cronica, accusata dal 79,2% dei guariti con strascichi, difficoltà respiratorie (62,5%), “nebbia cerebrale” (20,8%), mentre il 16,7% ha accusato problemi neurologici e una stessa percentuale cardiaci.

Tra ricoveri sospesi, prestazioni rinviate, carenza di personale e difficoltà a isolare e gestire i pazienti “Covid, non-Covid”, è destinata a lasciare strascichi la quarta ondata che ha investito i reparti di medicina interna. La survey lanciata da Fadoi, la Federazione degli internisti ospedalieri, condotta su 19 regioni, stima infatti che ci vorrà almeno un anno per tornare all’attività ordinaria nelle corsie degli ospedali.

La riduzione dei ricoveri programmati, sia pure senza arrivare ai livelli di quasi blackout delle prime ondate, ha comunque imposto una riduzione dei ricoveri che, nel 37,5% dei casi, è stata contenuta tra il 10 e il 20% di quelli programmati, ma che nel 12,5% degli ospedali è stata tra il 20 e il 50%, mentre nel 16,7% dei casi il blocco è stato totale.

Peggio è andata per le prestazioni programmate, come analisi, accertamenti diagnostici e visite specialistiche. In questo caso nel 29,2% delle strutture la riduzione è stata tra il 20 e il 50%, oltre il 50% nell’8,3% degli ospedali, mentre nel 16,7% dei casi sono state sospese tutte le prestazioni programmate. Analoga la percentuale di chi, all’opposto, non ha subito alcun rallentamento delle attività.

Una macchina che stenta ancora a ripartire. Nel 45,8% dei casi la ripresa dell’attività di ricovero ordinaria è al momento tra il 60 e il 90%, nell’8,3% delle strutture non è affatto ripresa, mentre nell’8,4% dei casi l’attività di ricovero è ripresa in media sotto al 50% di quella ipotizzata.
Più o meno simile la situazione riguardo la ripresa delle prestazioni programmate, che nel 62,5% dei casi è tra il 60 e il 90%, anche se persiste un 8,3% di strutture ancora in fermo totale. E’ del 25% la quota di chi ha invece ripreso al 100%.

Il recupero delle prestazioni: per due ospedali su tre ci vorrà dai sei mesi a oltre un anno

Rallentamenti che vanno a sommarsi ai ritardi delle precedenti ondate. Tanto da rendere più faticoso il recupero di ricoveri e prestazioni arretrati.
Per il 41,7% delle strutture ci vorranno tra i sei mesi e un anno per rispondere alla domanda di prestazioni saltata mentre per il 20,8% le previsioni sono ancora più fosche: il tempo necessario sarà di “almeno un anno”. Mentre per l’8,3% degli ospedali nemmeno in 12 mesi sarà possibile recuperare tutto l’arretrato. Tra i due e i sei mesi è invece l’arco temporale indicato dal 16,7% delle strutture, mentre per il 12,5% non c’è alcun arretrato da recuperare.

Tutto questo nella speranza di non incappare in altre ondate indotte da nuove varianti, anche se già Omicron sta facendo sentire i suoi effetti, visto che il 70,8% degli ospedali lamenta un aumento dei pazienti Covid, contro il 12,5% che riporta un dato di occupazione dei letti in linea con quello dei mesi di gennaio e febbraio  2022 e il 16,7% non rileva alcun aumento rispetto alla situazione precedente all’ondata Omicron.

La difficoltà ad isolare i pazienti “covid no-covid”. Dario Manfellotto: “per la loro gestione servono protocolli ufficiali”

A condizionare la ripresa delle normali attività ospedaliere c’è poi anche il peso gestionale dei cosiddetti “Covid per caso”, pazienti ricoverati per altre patologie e scopertisi positivi al momento di fare il test di ingresso o nei controlli successivi. Sono tra il 20 e il 30% nel 29,2% degli ospedali, meno del 20% nel 16,7% dei casi e al di sotto del 10% nel 33,3% delle strutture.

A fronte di questo quadro permangono le difficoltà di tipo gestionale. Che la survey di Fadoi indica nelle carenze di personale e posti letto, ma anche nella mancanza di aree dedicate ai positivi ricoverati per altre patologie o di zone multidisciplinari adeguate.

Una situazione tutt’altro che alleggerita dal fatto che attualmente due, tre pazienti su dieci ricoverati in area medica per patologie non Covid scoprono di essere positivi al momento di eseguire il tampone di controllo. “Questo crea  un effetto domino  che costringe a rivoluzionare l’assetto del reparto, tracciare con il tampone gli altri pazienti che hanno avuto un contatto con il paziente positivo, trasferire se necessario in reparto COVID dell’ospedale stesso o di altra struttura”, spiega Dario Manfellotto, Presidente Fadoi.

“Il 57% degli ospedali -spiega- ha difficoltà a isolare gli asintomatici e il 29% non ci riesce affatto, con rischio di contagiare i “non Covid” nel 50% dei casi.

L’isolamento comporta comunque la perdita di altri posti letto, con il 64% degli ospedali che rinvia un numero rilevante di ricoveri programmati, percentuale che sale all’86% per gli interventi chirurgici.

E l’isolamento comporta comunque la perdita di altri posti letto che non possono più essere utilizzati perché nella stessa stanza non può convivere chi è positivo con chi non lo è.

Tutto ciò crea difficoltà organizzative a causa della carenza di: personale, letti, spazi adeguati, aree dedicate ai positivi ricoverati per altre patologie, difficoltà logistiche dovute all’assenza in molte strutture di percorsi ad hoc (pulito-sporco)”.

Per non parlare poi delle liste d’attesa, che vanno via via allungandosi per la necessità di procrastinare ricoveri e interventi.

“Sarebbe opportuno che le indicazioni sul comportamento da seguire fossero ufficialmente indicate e non lasciate alla decisione dei singoli medici o delle amministrazioni ospedaliere, che giustamente  – prosegue Manfellotto- scelgono quasi sempre  criteri che tendono a proteggere gli altri pazienti e gli operatori, anche nei casi dubbi di positività, che indicano forse la persistenza di tracce virali in pazienti guariti  e a basso rischio di contagiare gli altri” .

Ma “ basso rischio “  non significa  “rischio zero”.

“Per questo – conclude il Presidente Fadoi- sarebbe necessario che un ospedale potesse sempre prevedere per questi pazienti una sorta di reparto protetto, una “bolla” nella quale poter isolare dagli altri il paziente  positivo, e garantire  il massimo dell’assistenza  per la sua patologia di base, tutelando allo stesso tempo gli altri ricoverati. Fino ad ora siamo andati avanti con le linee guida adottate all’interno delle strutture, ma la situazione richiederebbe dei protocolli condivisi”.

Il Long Covid colpisce il 15% dei guariti

Ricoveri, visite e accertamenti da recuperare ma anche pazienti affetti da “long Covid” da continuare a seguire. Strascichi anche importanti che in media interessano intorno al 15% dei guariti, con il 41,7% delle strutture che indica una percentuale tra il 5 e il 10% di long Covid, che sono però tra il 10 e il 20% nel 33,3% dei casi, tra il 20 e il 30% dei guariti nell’8,3% degli ospedali, mentre soltanto il 16,7% ha rilevato meno di un 5% di long Covid.

I disturbi prevalenti sono: stanchezza cronica, accusata dal 79,2% dei guariti, difficoltà respiratorie ( 62,5%), “nebbia cerebrale” ( 20,8%), mentre il 16,7% ha accusato problemi neurologici e una stessa percentuale cardiaci.

Ben l’87,5% degli ospedali ha comunque attivato servizi dedicati ai pazienti long Covid, nella maggior parte dei casi ambulatori dedicati, con possibilità di eseguire follow up.

“Dati -conclude Manfellotto– che testimoniano lo sforzo compiuto dagli ospedali e in particolare dai reparti di medicina interna, per non lasciare soli i tanti pazienti che accusano complicanze anche a distanza di mesi dalla guarigione”.

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