Ricoveri a 20mila, ospedali in crisi.

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L’allarme. Pressione massima nei reparti dei pazienti meno gravi.

Servono strutture alternative e i medici chiedono più cure a casa.

A Milano due alberghi per isolare gli asintomatici in quarantena.

 

Negli ospedali non c’è solo la trincea delle terapie intensive che ieri hanno superato la soglia dei 2mila letti occupati (2022). La prima trincea, quella al momento più sotto pressione, è quella degli altri ricoveri, quelli in «area medica» che riguarda i pazienti meno gravi e che ora toccano quota 20mila (19840), vicino al picco dei 28mila raggiunta nella prima ondata della scorsa primavera.

Un numero enorme che cresce al ritmo di mille nuovi ingressi ogni giorno che mette in grande crisi gli ospedali che ogni giorno erodono i posti letto ai reparti dedicati agli altri pazienti, quelli non Covid, che rischiano così di dover rinunciare alle cure come accade a marzo scorso quando il ministero della Salute decise lo stop a tutte le prestazioni non urgenti e ai ricoveri programmati. Una corsa alla caccia di letti che vede spuntare anche le prime tende fuori dagli ospedali perché la dote di letti in «area medica» si sta sempre più assottigliando e in diverse Regioni si sta già superando la soglia di allerta del 4o% di letti di questa «area» occupati da pazienti Covid. Nella dote complessiva rientrano i letti di medicina interna (quasi 3omila) e poi quelli di malattie infettive, pneumologia e di altri reparti di medicina non chirurgici per circa 5omila letti al momento potenzialmente occupabili.

«È un meccanismo a fisarmonica per cui più avanza l’emergenza e più si tolgono i letti per gli altri pazienti se continua così il rischio di uno stop generale a tutte le altre cure rischia di avvicinarsi», avverte Dario Manfellotto presidente di FADOI, gli ospedalieri dei reparti di medicina interna. Per Manfellotto già oggi questi reparti «di fatto fanno un lavoro di sub-intensiva assicurando la ventilazione non invasiva, a esempio con i caschi, ai pazienti con la stessa dotazione di medici e di infermieri di prima.

Un lavoro cruciale per evitare che questi pazienti si aggravino e finiscano per intasare le terapie intensive». Per il presidente di Fadoi sarebbe necessario fare «più filtro, riservando i ricoveri ai pazienti più critici o a quelli che rischiano di aggravarsi, evitando invece di dare i letti alle situazioni più gestibili, facendo di fatto dei ricoveri sociali per quei pazienti che hanno una situazione sotto controllo ma non possono fare la quarantena a casa o in un’altra struttura. Se ci fossero strutture intermedie potrebbero andare lì e venire in ospedale in caso di aggravamento». Una necessità, questa, di ricorrere ad altre strutture che sta di nuovo emergendo con forza tra le Regioni che in ritardo stanno di nuovo attrezzando caserme e Covid hotel come fecero durante la prima ondata quando si arrivò ad avere i8mila letti in più (poi poco utilizzati anche perché scelti da pochi malati).

Il ministro degli Affari regionali Vincenzo Boccia ha sollecitato le Regioni a riattivarli al più presto e dalla Lombardia al Piemonte si stanno attivando queste strutture alberghiere che con personale sanitario soprattutto infermieristico possono gestire meglio questo tipo di pazienti.

Intanto proprio per alleggerire la pressione sugli ospedali l’Anaao-Assomed, la principale sigla degli ospedalieri, sollecita il Governo ad assumere giovani medici anche appena laureati per fare l’assistenza domiciliare. Mentre i medici di famiglia della   chiedono di far ripartire al più presto le Usca, le Unità speciali anti-Covid, per assistere appunto i malati a casa loro.

Nel territorio più colpito dal contagio, la Lombardia, i problemi della sanità riscontrati 8 mesi fa sono di nuovo emersi. Il tracciamento è di fatto saltato, soprattutto a Milano, dove mancano all’appello 130 medici delle Usca e 42o infermieri per l’assistenza domiciliare. In questi mesi le task force che avrebbero dovuto occuparsi di territorio non sono state di fatto messe in piedi.

Questa lacuna della medicina territoriale nelle settimane passate ha prodotto ancora una volta le lunghe fila al pronto soccorso, come già avevamo visto la scorsa primavera, con il rischio di creare focolai proprio nei luoghi frequentati da persone fragili.

Caccia ai Covid hotel

Inoltre in Lombardia si sono rivelate insufficienti le strutture dove mettere in cura i ricoverati che hanno bisogno di controllo ma non di terapie complesse, i cosiddetti subacuti. Quelle esistenti sono già tutte piene e ora bisogna trovare delle soluzioni per alleggerire la pressione negli ospedali. È stato infine necessario, in corsa, rafforzare l’ospitalità degli asintomatici o pauci sintomatici fuori dalle mura domestiche, al fine di evitare il contagio familiare. Da oggi lo storico hotel Astoria di Milano e un’altra struttura del quartiere Adriano cominceranno ad ospitare i positivi al Covid

 

IL SOLE 24 ORE, Marzio Bartoloni, Sara Monaci, 03 novembre 2020