Recovery Plan. “Manca un vero spirito riformatore. Vi è una ‘diminutio’ del ruolo del medico e questo non può essere il futuro della sanità”

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Il presidente della FADOI (Federazione dei medici internisti ospedalieri, che durante la pandemia hanno assistito oltre il 70% dei pazienti Covid ricoverati in ospedale), commenta il Recovery Plan per la sanità da cui emergono “molte luci ma pure parecchie ombre”. Bocciata la riforma del territorio: “Ricette vecchie” e per l’ospedale “manca una riforma”. E poi sulla ricerca: “Stanziati pochi fondi tra l’altro frammentati in micro progetti con tempi di realizzazione molto lunghi”

“Manca l’anima a questo Recovery. È una lunga lista di belle parole ed un elenco di cose da fare ma che non definiscono una road map chiara. E poi molte delle ricette sono vecchie e hanno già dimostrato la loro inefficacia. Insomma il Piano non risponde a mio avviso alle aspettative”. A parlare è Dario Manfellotto, direttore di Medicina Interna al Fatebenefratelli di Roma e Presidente Nazionale FADOI, la federazione degli Internisti ospedalieri che durante la pandemia hanno curato il 70% dei pazienti Covid ricoverati in ospedale.

In questa intervista Manfellotto analizza punto per punto il Recovery Plan dandone un giudizio in chiaro scuro: “Non c’è nessun accenno alla necessaria riforma dell’ospedale” e poi sull’assitenza territoriale boccia le riforme annunciate: “Vecchie ricette come le Case della Comunità e gli ospedali di Comunità sono modelli che abbiamo già definito e sperimentato ma che spesso non funzionano e lo abbiamo visto per esempio col Covid”.

E poi sulla ricerca: “Ben venga la riforma degli IRCCS, ma per la ricerca vera e propria vengono stanziati pochi fondi tra l’altro frammentati in micro progetti con tempi di realizzazione molto lunghi”.

Intervista a Dario Manfellotto

Dottor Manfellotto che ne pensa della Mission 6 Salute del Pnrr?
Mi aspettavo qualcosa di più. Sicuramente ci sono molte luci ma pure parecchie ombre.

In che senso? In fin dei conti vengono stanziati ben 20 miliardi di euro per la sanità…
Guardi il discorso economico è relativo. In assoluto la cifra stanziata potrebbe sembrare cospicua ma se non vengono definiti percorsi chiari i soldi non bastano a migliorare le cose.  Il problema è spenderli bene. Manca l’anima a questo Recovery. È una lunga lista di belle parole ed un elenco di cose da fare ma che non definiscono una road map chiara. E poi molte delle ricette sono vecchie e hanno già dimostrato la loro inefficacia. Insomma il Piano non risponde a mio avviso alle aspettative. Manca un vero spirito riformatore.

Il Pnrr mette in campo molte risorse per l’ammodernamento degli ospedali. Perché non la convince?
Ben vengano gli investimenti in digitalizzazione e nuove strumentazioni, che sono ormai fondamentali come si è visto anche durante la pandemia, ma ripeto non c’è nessun accenno alla necessaria riforma dell’ospedale, così come davvero pochi fondi sono stati stanziati per l’edilizia sanitaria. Solo con i soldi non si risolvono i problemi. Mi si potrebbe contestare che il Recovery non era il luogo dove inserire le riforme ma è vero anche che per altri settori invece è lo stesso Pnrr a prevederle.

Ci sarebbe il Patto per la Salute…
Sì ma i lavori mi sembrano fermi e intanto il Recovery definisce tempi stringenti.

Ma cosa servirebbe all’ospedale?
In primis delle linee d’indirizzo per renderli moderni. La pandemia ci ha insegnato che le nostre strutture, che sono molto vecchie o comunque datate nella maggior parte dei casi, devono essere a ‘fisarmonica’, duttili, ovvero in grado di mutare pelle nel giro di una settimana quando ci si trova di fronte ad un’emergenza.  Ma non solo, servono delle regole chiare e stabilite a livello nazionale che leghino tutta la filiera del Servizio sanitario nazionale. Oggi i percorsi di cura sono frammentati e spesso si formano dei colli di bottiglia che intasano le strutture ospedaliere.

Per evitare l’affollamento degli ospedali però il Recovery punta forte sull’assistenza territoriale…
Certamente ma lo fa con vecchie ricette come le Case della Comunità e gli ospedali di Comunità. Sono modelli che abbiamo già definito e sperimentato ma che spesso non funzionano e lo abbiamo visto per esempio col Covid.  Erano presenti da anni anche in alcuni piani sanitari regionali, come quello del Lazio ad esempio. E non mi sembra che lì dove erano presenti le Case della salute vi sia stata una maggiore capacità di fronteggiare la pandemia.
Rafforzare il territorio non vuol dire disseminare l’Italia di altre strutture burocratiche, come le oltre 600 centrali operative territoriali, previste all’interno degli attuali distretti.
SI deve soprattutto mirare a mettere insieme le forze già in campo, che sono molte ma senza una regia. È necessario avere percorsi di assistenza chiari e semplificati, evitando di creare ulteriori percorsi a ostacoli per cittadini e operatori sanitari, proprio in quel “territorio” che dovrebbe agevolare le cure. E poi come al solito si scommette su appropriatezza, riduzione ricoveri e meno accessi al Pronto soccorso. Ma è un film già visto.

Cioe?
Quando si è deciso di tagliare i posti letto in ospedale le strutture intermedie che dovevano assorbire la domanda non hanno mai funzionato e i cittadini hanno continuato a riversarsi negli ospedali. E spesso era proprio il “territorio” a indirizzarli in ospedale. Ripeto, dare solo strumenti e soldi ma senza una governance vera non risolverà i problemi.

Ma cosa servirebbe quindi?
Per esempio il collegamento casa-territorio-ospedale-post acuzie-riabilitazione-casa dovrebbe essere ben precisato con regole d’ingaggio strette e rigorose. La regia non la può fare il burocrate del Centrale operativa territoriale ma una équipe di medici e operatori competenti. E poi un ospedale di Comunità a quasi totale gestione infermieristica non può funzionare. In questo Recovery tra l’altro vi è una riduzione del numero dei medici e una ‘diminutio’ del ruolo del medico: questo non può essere il futuro della sanità.

In che senso?
Leggo in primis che si prevedono meno medici di medicina generale e più infermieri. E poi nella stesura finale, rispetto alle precedenti bozze, non vi sono più indicazioni per il rafforzamento di alcune professionalità tipicamente ospedaliere come per esempio gli anestesisti e gli stessi medici internisti. Un assurdo considerando la mole di persone che abbiamo assistito in pandemia, oltre il 70% dei ricoverati.

In questa fase la pandemia sembra in fase calante. Sul tavolo, come avete denunciato a più riprese c’è la questione di recuperare centinaia di migliaia di visite e ricoveri andati persi. Com’è la situazione?
Gli ospedali si stanno svuotando di pazienti Covid. Ma sono in ogni caso affollati di tantissimi malati perché il territorio non assorbe questa mole di domanda, anche perché le strutture per La post acuzie e per la riabilitazione sono state riconvertite per la pandemia e ora c’è una difficoltà a prendere in carico i pazienti. Gli ospedali sono quindi affollati e in più con tutta la complessità dei controlli per il Covid.

Ma stanno funzionando le misure messe in campo dal Governo?
Si sono stanziati 500 mln ma l’impatto ancora non si vede anche perché mancano la flessibilità e la governance di cui le accennavo prima. Dal nostro punto di vista è positivo l’intervento del Governo, da noi proposto nell’ultimo Congresso Fadoi, di eliminare il ticket per i controlli ai pazienti che hanno avuto il Covid in maniera grave. Ma non mi stancherò di ribadirlo: la nostra sanità è troppo burocratizzata e frammentata e non vedo all’orizzonte interventi decisivi che ne migliorino il coordinamento. Servirebbe un Dl Semplificazioni anche per il Ssn.

Veniamo infine alla Ricerca. Il Pnrr la delude anche in questo caso?
Non vorrei essere troppo negativo, diciamo che non mi soddisfa del tutto. Ben venga la riforma degli IRCCS, ma per la ricerca vera e propria vengono stanziati pochi fondi tra l’altro frammentati in micro progetti con tempi di realizzazione molto lunghi. Di recente abbiamo incontrato, insieme ad altre società scientifiche impegnate nella ricerca clinica, i ministri della salute e del Mur, facendo proposte operative per migliorare, accelerare e soprattutto coordinare le attività di ricerca attuali e future. Ma in considerazione della rapidità con la quale evolvono le conoscenze, i limiti normativi, strutturali e organizzativi generano anche conseguenze negative per la ricerca no profit e accademica. Se il paese non sarà in grado, in tempi rapidi, di creare le condizioni perché la ricerca clinica si esprima in modo efficiente, gli stessi investimenti indirizzati ai progetti di ricerca rischieranno di non generare gli esiti attesi, e l’Italia sarà destinata a perdere progressivamente posizioni nel competitivo panorama internazionale.

QUOTIDIANO SANITÀ, Luciano Fassari, 11 Giugno 2021