Il futuro degli ospedali dopo il Covid

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Non si potrà paralizzare l’attività dei reparti per la presenza di malati con Sars-Cov-2, le strutture dovranno avere la necessaria «elasticità» per adeguarsi alle esigenze.

I fondi del Recovery Plan serviranno a una nuova organizzazione

 

Se non ci saranno brutte sorprese relative alle forniture, la campagna di vaccinazione di aprile entrerà nella cosiddetta «fase massiva», permettendo così di ridurre, ma non azzerare, la pressione sugli ospedali. È chiaro ormai che con il virus avremo purtroppo a che fare a lungo, perché la vaccinazione lascerà scoperti alcuni settori della popolazione, come i minori di 16-18 anni, irregolari e senza fissa dimora, oltre a coloro che rifiuteranno di vaccinarsi. Sarà quindi difficile raggiungere quella immunità «diffusa» che consenta di azzerare la circolazione del virus. Però possiamo comunque permetterci una ventata di ottimismo.

Per i nostri ospedali si imporrà un cambio di strategia, perché come sa chi va per mare, una cosa è affrontare la forza d’urto delle ondate, un’altra governare l’onda lunga che permane dopo la mareggiata. Fuor di metafora, la sanità non potrà permettersi di paralizzare interi reparti per la presenza di pazienti Covid, trascurando i pazienti non infettati. Si potrebbe pensare a un sistema «a colori», fissando regole calibrate, con «ospedali-Covid rossi», ospedali «gialli» con settori dedicati ai contagiati e strutture «verdi non-Covid». Gli ospedali grandi potrebbero avere un sistema misto, mentre i piccoli potrebbero essere o tutti Covid o tutti free, ma garantendo un sistema di rete per indirizzare i pazienti nelle strutture più idonee a seconda dei casi, sfruttando al massimo l’innovazione tecnologica.

A questo scopo i 20 miliardi di euro stanziati dal Recovery Plan non vanno persi. Gli ospedali sono vecchi o comunque datati nella maggior parte dei casi, mentre dovrebbero avere la possibilità di espandersi o di restringersi a «fisarmonica», mutando pelle nel giro di pochi Le strutture dovrebbero avere la possibilità di espandersi restringersi, mutare pelle nel giro di pochi giorni, di fronte a una emergenza giorni, di fronte ad un’emergenza. È però un segno di svolta che nel Piano già si parli di colmare le carenze di medici e infermieri, citando la Medicina interna fra le specialità da rinforzare. Riconoscimento importante per noi internisti, che da un anno stiamo curando oltre il 75% dei malati Covid ricoverati in ospedale.

Il Ssn ha bisogno di Ricerca e formazione, ma serve un investimento organizzativo, che faccia tesoro dell’esperienza maturata sul campo. All’interno degli ospedali in questi mesi abbiamo creato le Unità operative Covid interdisciplinari, spesso coordinate da un Internista, in grado di effettuare ogni cura, come la ventilazione non invasiva, allo scopo di evitare la terapia intensiva. Questi letti dedicati alle cure semi-intensive dovrebbero essere disponibili in ogni reparto di Medicina. È una riforma a basso costo, che merita di diventare parte integrante del Piano.

Dario Manfellotto
Presidente Nazionale FADOI

Corriere della Sera, 8 Aprile 2021