Immaginare una situazione in cui il “segui la mascherina” diventi criterio di scelta tra cosa chiudere e cosa no

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L’ipotesi del governo è di chiudere dove non la si può tenere sempre.

Secondo gli esperti non va perso tempo.

Roma. Due indizi fanno una prova, ed è il secondo giorno che l’indizio prende la forma dell’oggetto simbolo di questo tempo pandemico: la mascherina. Mascherina obbligatoria anche all’aperto, evocata durante le informative in Parlamento del premier Giuseppe Conte; e mascherina protagonista di una discussione sotterranea tra ministri ed esperti, discussione contornata da dati e documenti in cui si prefigura il prossimo passo nell’escalation eventuale e probabile di misure restrittive.

Si tratta insomma di immaginare una situazione in cui il “segui la mascherina” diventi criterio di scelta tra cosa chiudere e cosa no: sì a tutti i luoghi dove la si può tenere sul viso, no a tutti i luoghi dove questo non può succedere (ed ecco che si materializza di nuovo, per alcune categorie, lo spettro della serrata: palestre? piscine? bar e ristoranti dove da seduti al momento la si può togliere?).

E si pensa che il “seguire la mascherina” possa essere un modo per evitare decisioni più drastiche, Ma dove siamo e che cosa possiamo fare esattamente, secondo le persone che con il virus combattono in ospedale? Dario Manfellotto, direttore del dipartimento delle Discipline mediche dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma e presidente della Fadoi, la società scientifica dei medici internisti ospedalieri, ha iniziato a fine febbraio a raccomandare l’uso della mascherina ovunque e a chiunque nel suo ospedale, e ne ribadisce l’utilità per abbassare la circolazione del virus, anche se è una considerazione “di buonsenso”, essendo un dato “ancora non del tutto supportato dalla letteratura scientifica”. E però, dice Manfellotto, la priorità oggi è agire in fretta: “Vogliamo dire che i numeri sono inferiori a quelli di marzo? Vero. Ma è anche vero che stanno aumentando. Non si tratta di essere ottimisti o pessimisti, si tratta di agire”.

A che punto siamo, cosa serve ora?

Parlano Dario Manfellotto, Nicola Petrosillo, Massimo Andreoni

“Non parlo soltanto di chiusure selettive ma anche di interventi urgenti sulla parte ospedaliera, in modo da aumentare la recettività, ferma restando la necessità di fare a monte una selezione tra chi ha necessità di ricovero e chi no tra i positivi”. C’è poi, dice Manfellotto, il problema della catena di comando: “Scrive oggi Sabino Cassese, sul Corriere della Sera, che siamo davanti a una ‘carenza di collegialità che fa mancare la direzione della politica generale richiesta dalla Costituzione’. Sono d’accordo. Penso debba esserci un’unica persona che coordina e scandisce i tempi, come di fronte a una calamità naturale. Non si possono lasciare le Regioni decidere ognuna per sé. Servono poche indicazioni chiare, uniformi, univoche”. Gli ospedali, dice Manfellotto, “devono essere messi in grado di garantire percorsi sicuri, e quando questo è possibile il rischio di contagio è bassissimo, e un percorso parallelo per pazienti Covid e non Covid”. E “se è vero che ora, nella maggior parte dei casi, è possibile evitare che si arrivi in rianimazione, è anche vero che è tanto più possibile quanto prima si interviene”.

Nicola Petrosillo, direttore della Uoc Infezioni sistemiche allo Spallanzani, indica una “sinergia di comportamenti utili a contenere il contagio: mascherine, distanziamento, igiene. Però ora il vero punto critico sono i trasporti pubblici”. La situazione, a livello epidemiologico, “è allarmante”, dice Petrosillo, “anche se poi, rispetto a marzo, la differenza di approccio fa la differenza anche nel numero di persone curate prima che si arrivi al punto di non ritorno. Prima dicevamo ‘stai a casa’, ora ‘fai il test’. Troviamo prima i positivi, li curiamo prima, con protocolli efficaci. Però certo se i numeri salgono molto il problema organizzativo sorge. Ecco perché dobbiamo spalmare i casi nel tempo ed evitare che ci siano picchi. La chiusura notturna rischia di essere poco efficace, un tipo di chiusura più drastica toglierebbe un anello di trasmissione al virus, ma è pesante per altri aspetti. Per capire come procedere bisognerebbe intanto abbassare i toni: è un fallimento se la comunicazione sulla Sanità diventa una battaglia tra fazioni”.

Pensa che serva qualcosa in più anche Massimo Andreoni, direttore della Uoc Malattie infettive al Policlinico Tor Vergata di Roma: “Abbiamo perso il controllo dell’epidemia, ora l’unico modo per fermarla sarebbe un sistema di lockdown locali la cui efficacia si misura però in settimane: c’è un costo sociale e politico. Diciamo che chiudere le palestre, a livello epidemiologico, è un palliativo. Ma mi rendo conto sia difficile attuare misure più drastiche. Teniamo però presente che abbiamo un problema di sanità pubblica. Si può decidere di non intervenire, ma dobbiamo sapere che cosa sta accadendo”.

 

IL FOGLIO, Marianna Rizzini, 23 ottobre 2020