Corriere Salute | All’ospedale serve una riforma non un semplice tagliando

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Da alcune settimane si discute sulla revisione del Decreto che dovrebbe riorganizzare i nosocomi.
Un’occasione che non va sprecata per una riforma organica, che tenga conto dei molti aspetti che entreranno in gioco.

 

di Dario Manfellotto*

Da alcune settimane si discute sulla revisione del Decreto che dovrebbe riorganizzare gli ospedali.  Il nuovo provvedimento, su cui il Ministro Speranza ha fornito rassicurazioni per un’ampia discussione prima della definitiva approvazione, rappresenta l’occasione per una riforma dell’ospedale e andrà a sostituire il vecchio DM 70 del 2015.

Ma in questi sette anni, e ancor più con la pandemia, la situazione è radicalmente cambiata, con la presa in carico di pazienti gravi o gravissimi e con insufficienze d’organo clinicamente molto rilevanti che richiedono un impegno notevole ed un’alta intensità di cura, molto più di allora.  In molti casi, con un’attività di tipo semi-intensivo, che fa già parte e dovrà essere sempre più parte integrante dei reparti di Medicina Interna.

Nel testo in discussione vi sono certamente alcune luci. S’introduce finalmente il concetto di flessibilità, di ospedale “duttile”, che si modifica a fisarmonica a seconda delle necessità, e abbiamo visto col Covid quanto sia importante.  Aumentano anche i reparti semi-intensivi e se ne propone il modello per medicina interna e neurologia.

Però nel documento vi sono alcune criticità che andranno risolte. In primis, i reparti di Medicina interna vengono ancora impropriamente identificati con il codice 26 come Medicina generale, una classificazione che risale al 1988, un’era geologica fa e che tra l’altro è cosa ben diversa dalla Medicina generale operante sul territorio.  A questi reparti vengono attribuiti, in un modo burocratico che non corrisponde alla realtà attuale, un basso carico assistenziale e una bassa intensità di cura.  Aspetti smentiti nettamente dalla pandemia, perché ricordo che in Medicina Interna sono stati assistiti più del 70% dei pazienti Covid giunti in ospedale.

Da chiarire poi quale sarà il ruolo dei cosiddetti Ospedali di comunità da creare nel territorio (che sarebbe più opportuno chiamare Presìdi di comunità, per non fare confusione con gli ospedali veri e propri) affinché non si trasformino, soprattutto agli occhi dei cittadini, in quei piccoli punti ospedalieri che negli anni faticosamente sono stati chiusi proprio perché non in grado di garantire un’assistenza adeguata. Ma queste strutture quante dovranno essere? E i letti a loro destinati entreranno nel computo generale dei letti ospedalieri e saranno quindi tolti dagli ospedali o aggiunti a questo numero?

Andrà poi chiarito da chi saranno diretti, con quale personale, quali competenze e quali obiettivi sanitari. Una questione non di poco contro che potrebbe snaturare completamente il ruolo degli ospedali.

La dotazione di personale deve essere adeguata e aggiornata rispetto agli standard in vigore dal 1988, perché questa è la garanzia di una buona organizzazione, elemento cruciale per fornire cure di qualità ai cittadini.

Ma più di tutto occorre cambiare il modo di gestire la nostra sanità. Il Ssn può essere economicamente sostenibile, però bisogna abbandonare la logica del budget a tutti i costi per passare a quella dell’investimento nella produzione e nella tutela della salute. Questa sarebbe la vera riforma degli ospedali. 

 

*Presidente Fadoi, Federazione Medici Internisti ospedalieri

Corriere Salute, 18 Novembre 2021