Anche in sanità vanno usate bene le risorse del pnrr

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Serve, ad esempio, affrontare il nodo della riforma dell’ospedale, così come è necessario dare maggiore impulso all’innovazione. I soldi non bastano a risolvere i problemi.

08 LUG – Nonostante il giudizio positivo dell’Europa, nel Pnrr per la sanità si trova qualche spiraglio di luce, parecchie ombre e tante aspettative deluse. E non solo per un discorso economico, perché i 20 miliardi stanziati sono comunque una somma cospicua, quanto per l’assenza di percorsi chiari su come utilizzare queste risorse. Senza contare che alcune ricette sono vecchie ed hanno già dimostrato sul campo la loro inefficacia.

Partiamo dall’ospedale. Bene gli investimenti in digitalizzazione e nuove strumentazioni, ma non c’è nessun accenno alla necessaria riforma dell’ospedale, cosi come sono davvero pochi i fondi stanziati per l’edilizia sanitaria. Si dice che il Recovery non era la sede dove inserire riforme, ma per altri settori invece sono previste, e solo con i soldi non si risolvono i problemi.

La pandemia ci ha insegnato che le nostre strutture, in molti casi vecchie, dovrebbero essere modernizzate e rese duttili, in grado di cambiare pelle nel giro di pochi giorni di fronte ad un’emergenza. Ma, a tal fine, servono regole chiare e stabilite a livello nazionale che leghino tutta la filiera del Servizio sanitario nazionale. Oggi invece percorsi di cura sono frammentati e spesso si formano dei colli di bottiglia che intasano le strutture.

Allo scopo di impedire il sovraffollamento degli ospedali il Pnrr punta sul rafforzamento dell’assistenza domiciliare, ma purtroppo lo fa con vecchie ricette come le Case e gli Ospedali di Comunità. Sono modelli già sperimentati ma non funzionano e lo abbiamo visto nell’era Covid, e proprio in quelle aree dove erano già presenti, sotto forma di «case della salute». Rafforzare il territorio non vuoi dire disseminare l’Italia di altre strutture burocratiche. Servirebbe poter mettere insieme le forze già in campo, che sono molte ma senza una regìa. Prima di tutto è necessario avere percorsi di assistenza chiari e semplificati, evitando di creare ulteriori percorsi a ostacoli per cittadini e operatori sanitari. Bisogna creare una vera rete medici di famiglia, specialisti ambulatoriali e ospedalieri attraverso programmi di cura e di assistenza condivisi.

Che per il cittadino significa poi semplificare il sistema di prescrizione e prenotazione, ottenere diagnosi e cure più puntali grazie alla condivisione delle informazioni cliniche, la fine delle inutili duplicazioni di analisi e accertamenti. Per questo servirà agevolare il percorso casa-territorio-ospedale-post acuzie-riabilitazione-casa, con regole d’ingaggio strette e rigorose. La regia non la può fa in modo burocratico una «Centrale operativa territoriale» ma una équipe di professionisti competenti. E poi un Ospedale di Comunità a «quasi totale gestione infermieristica» non può funzionare.

Purtroppo, in questo Recovery vi è una diminutio del ruolo e del numero dei medici, e lo dimostra anche l’assenza, rispetto alle precedenti bozze, del rafforzamento di figure di medici specialisti, come gli internisti, che pure hanno assistito oltre 70 % dei pazienti Covid.
Infine, ma non da ultima, la ricerca. Un’altra delusione, perché ben venga la riforma degli Irccs, da anni auspicata e necessaria, ma per il resto vengono stanziati pochi fondi, tra l’altro frammentati in micro progetti dai tempi realizzazione troppo diluiti.

Dario Manfellotto
Presidente Fadoi

 

Corriere Salute, 08 Luglio 2021