Test sierologici, Manfellotto: mappatura fondamentale per passare alla fase 2

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“C’è attesa in tutta Italia per l’avvio dei test sierologici dopo l’attivazione della procedura pubblica e la pubblicazione del bando per l’assegnazione della fornitura di 150mila test sugli anticorpi contro il Covid-19 da parte del ministero della Salute.”
“Grande soddisfazione per questo nuovo passo avanti è stata espressa da FADOI che nelle scorse settimane è stata una delle prime società scientifiche a chiedere screening sierologici e tamponi per rilevare sia lo stato di diffusione dell’infezione virale, sia la risposta anticorpale nella popolazione sanitaria e in quella generale.”

Articolo e intervista su Doctor33, 23 aprile 2020

«Siamo soddisfatti nel vedere che il nostro appello ad avviare campagne di screening fra gli operatori sanitari, sostenuto da 40 società scientifiche e dal viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, sia stato accolto dalle istituzioni politiche nazionali e regionali: i test sono un tassello fondamentale della rete di sicurezza che deve accompagnare la fase di ripartenza della nostra economia», commenta Dario Manfellotto.

«Condividiamo in tal senso – prosegue Manfellotto – la proposta fatta dal professor Burioni e da altre Associazioni e Società scientifiche di eseguire un altissimo numero di test nella popolazione. Noi siamo convinti che una mappatura virologica del Paese effettuata con lo “scanner” dei test molecolari e sierologici sia l’unico modo per comprendere lo stato attuale dell’epidemia e la storia naturale dell’infezione virale e per riaprire in sicurezza ospedali, scuole, uffici, aziende. Solo così potremo finalmente voltare pagina e passare alla famosa Fase 2»

«Il Decreto del 3 aprile 2020 precisa che è necessario verificare lo stato di salute dal punto di vista virologico di tutti gli operatori sanitari. All’interno del testo si dice espressamente dice che i test sierologici sono molto importanti nella ricerca e non si possono sostituire ai tamponi virologici, ma devono essere integrati – spiega il professore -. Viene ribadito che l’esecuzione dei test va assicurata agli operatori sanitari e assimilati a maggior rischio e le aziende sanitarie, quali datori di lavoro, sono tenute ad effettuarle».

Anche il ministro della Salute Speranza ha dichiarato che i test «permetteranno di capire il livello di diffusione del virus nel Paese e pianificare le prossime fasi e il ritorno all’attività». Intanto, in molti si chiedono quale sia il funzionamento di questi test e quali i valori misurati. Il professor Manfellotto entra nel merito: «I test molecolari, i famosi tamponi, documentano la presenza del virus nelle cellule. I test sierologici documentano la risposta immunitaria con la ricerca di anticorpi IgG, IgA e IgM. È necessario un impiego accorto e integrato sul piano clinico, non isolato, dei test sierologici, che da soli non permettono una diagnosi di certezza, ma devono essere associati al tampone. Sul piano epidemiologico hanno però un enorme valore al fine di conoscere lo stato di immunizzazione dei cittadini».

Poi precisa: «Ci sono varie tipologie di risposta. Chi risulta positivo alle IgM, anticorpi di fase acuta, e sembra anche alle sole IgA, ha una infezione in atto e deve essere preso in carico dal medico. Chi non ha anticorpi né IgG né IgM potrebbe essere in una fase precoce, d’incubazione. In questo caso è necessario ripetere il test dopo almeno 7-10 giorni per verificare se compaiono anticorpi. Nel caso in cui il paziente risulti, anche al secondo test, con anticorpi negativi è probabile che non abbia avuto alcun contatto con il virus. La conferma viene dal tampone: se è negativo prova che, al momento, non vi è infezione in atto. Se è positivo c’è ovviamente infezione, ma la risposta immunitaria è in evoluzione».

Manfellotto prosegue spiegando che «i pazienti che hanno gli anticorpi IgG hanno incontrato il virus. Su di loro andrebbe fatto (o rifatto) il tampone: se negativi potrebbero già avere avuto e concluso la malattia, sono guariti o stanno guarendo e hanno gli anticorpi, che non sappiamo però se indicano una difesa permanente. Se invece il tampone è positivo, l’infezione c’è ed è in evoluzione, dunque il paziente va preso in carico e seguito».

«Ovviamente questa è soltanto una rappresentazione schematica e di mero indirizzo. In ogni caso il clinico deve fare una valutazione individuale e decidere come e quando effettuare i test. a mano a mano che i test diventeranno sempre più precisi e sofisticati, la conoscenza del reale andamento di covid-19 migliorerà. Al momento è necessario iniziare a fare i test sierologici su tutti gli operatori sanitari e poi, a campione, sulla popolazione generale. In questo modo è possibile disegnare una mappa precisa della diffusione – prosegue il presidente Fadoi -. In una popolazione sanitaria, chi ha un tampone negativo e IgG presenti potrebbe ritornare a lavorare con maggior serenità».

Poi aggiunge: «Esprimiamo per questo primo passo una grande soddisfazione, perché la nostra richiesta, basata sulla necessità di avere una ricerca scientifica mirata a conoscere la condizione del personale, è stata ascoltata, in primis dal Viceministro e poi appoggiata da numerose Società scientifiche».

Manfellotto ricorda che ora si attiva una macchina enorme e complessa: «Il problema di fondo è la sanità regionalizzata – conclude -. Molte Regioni e aziende sanitarie sono già partite in modo autonomo e non istituzionale e ci sono test diversi. Anche i metodi di diagnosi sono differenti. Ora, con la conclusione del bando di gara, questo problema dovrebbe essere risolto».

Leggi l’articolo originale e l’intervista su Doctor33, 23 aprile 2020