la Repubblica | Prigionieri del Long Covid. Un guarito su quattro soffre di disturbi per mesi

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L’allarme dei medici internisti

La chiamano nebbia cerebrale. È una difficoltà a concentrarsi, a seguire il filo dei discorsi, a ricordare certe cose. C’è quella ma c’è anche la stanchezza e ci sono l’ansia, l’insicurezza, l’impossibilità di sentire odori e sapori. Poi i guai respiratori, in certi casi pesantissimi e duraturi. Ormai è chiaro da tempo: il Covid per molte persone non si conclude con il tampone negativo o le dimissioni dall’ospedale. Può andare avanti a lungo con sintomi importanti sia per chi ha avuto una malattia pesante, sia per chi ha affrontato problemi più lievi.

Secondo FADOI, la federazione dei medici internisti, se quello che ormai viene chiamato Long Covid dopo la prima ondata colpiva circa un paziente su dieci, ora a lamentare strascichi anche di una certa rilevanza è un malato su quattro. In Italia sono oltre 4,4 milioni le persone infettate e si può stimare che un milione di cittadini potrebbero avere o aver avuto problemi anche 6 mesi dopo la guarigione.

L’esperienza clinica sta rivelando insomma un quadro molto peggiore di quello che si immaginava e non è ancora chiaro se è colpa della variante Delta oppure del fatto che all’inizio le conseguenze della malattia non venivano sempre intercettate, anche perché la sanità era più che altro impegnata a curare i contagiati. Con il tempo sono nati ambulatori specifici e si sono iniziati a studiare i sintomi.

FADOI si riunisce per il congresso annuale a Firenze tra il 2 e il 4 ottobre, quando verrà anche trasmesso un video con una lectio magistralis di Anthony Fauci, l’immunologo statunitense che dirige l’Istituto di ricerca sulle malattie infettive Níaid.

Ebbene, le sue stime sulla diffusione degli effetti a lungo termine, che illustrerà nel suo intervento, sono del 1530% dei casi colpiti. E un ampio studio appena pubblicato dall’Università di Oxford ipotizza un dato ancora più alto, del 33%.
Quanti sono i disturbi provocati dal long Covid? Tanti, è la prima risposta. Matteo Tosato, geriatra responsabile del day hospital del Gemelli di Roma dedicato a questa patologia spiega però che «ce n’è uno più comune, che ha riguardato un terzo dei 2.000 pazienti passati dalla nostra struttura: l’estrema debolezza». Riguardo ai sintomi, Tosato dice che «si vedono infiammazioni, dolori muscolari o alle articolazioni, cioè problemi di carattere reumatologico. Sul piano neurologico la prima difficoltà è il deficit di attenzione e memoria. La scomparsa di olfatto e gusto non sappiamo dove inquadrarla, forse è di tipo neurologico». Il medico aggiunge che spesso «ci sono disturbi anche in persone che non hanno avuto sintomi dell’infezione. Lo dice anche l’Oms».
Ci sono poi gli strascichi respiratori, ovviamente più diffusi in chi ha avuto una polmonite da ricovero. Michele Vitacca è il responsabile della pneumologia degli Istituti clinici scientifici Maugeri di Pavia e si occupa di riabilitazione. «I problemi del Long Covid per noi sono due: la dispnea cioè il fiato che manca sotto sforzo, anche se si cammina o si fanno le scale, e la carenza di ossigeno nel sangue, che porta alla desaturazione di tutti gli organi e provoca affaticamento muscolare, cardiaco, cerebrale. Come si interviene? Nei casi più gravi si continua con l’ossigeno a casa e con il cortisone. Poi si fa riabilitazione con training fisico, prima con attrezzi meno impegnativi poi con tapis roulant e cyclette».
La dottoressa Paola Gnerre, dell’ospedale di Savona, è stata tra i primi a mettere in piedi un day hospital per pazienti ex Covid. «Ogni 3, 6,12 e 24 mesi i pazienti vengono visti per rilevare i parametri vitali, fare analisi, esami e accertamenti vari», spiega. La federazione degli internisti punta sul modello del day hospital perché potrebbe ridurre i ricoveri del 15%. «L’esperienza maturata in questa emergenza spiega Dario Manfellotto, presidente Fadoi ha rimesso in discussione la vecchia organizzazione ospedaliera basata sulla divisione in unità operative, favorendo l’approccio multispecialistico. Rivelatosi oggi efficace per una malattia sistemica come Covid-19 ma che può esserlo altrettanto per fronteggiare l’emergenza permanente della gestione delle cronicità multiple».

Michele Bocci, la Repubblica 30 settembre 2021