Corriere della Sera: “Coronavirus, quanto tempo ci vuole per guarire? I farmaci che limitano l’aggravamento”

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“Si stima che chi è ricoverato in ospedale può metterci dalle due alle otto settimane per riprendersi, con la stanchezza cronica che stenta ad andare via. Chi ha sintomi lievi guarisce invece in modo abbastanza rapido”

“Se mi ammalo di Coronavirus quanto tempo ci vorrà per guarire? Per prima cosa il tempo di guarigione dipende molto da quanto gravemente ci si ammala. In genere le persone più giovani si riprendono prima ma purtroppo abbiamo visto che hanno avuto bisogno di supporto ventilatorio anche pazienti sotto i 40 anni. La maggior parte delle persone comunque riescono a superare la malattia abbastanza rapidamente, mentre su altre COVID-19 potrebbe lasciare strascichi”.
Età, genere e problemi di salute

L’età, il genere maschile e altri concomitanti problemi di salute aumentano il rischio di ammalarsi più gravemente a causa di Covid-19. Inoltre, più il trattamento eseguito sul paziente è complesso, invasivo e di lunga durata, più ci vorrà tempo per il recupero. In genere la maggior parte delle persone adulte che si ammalano di Covid-19 sviluppano soltanto solo i due sintomi principali: tosse secca o febbre. Ma a questi si potrebbero aggiungere dolori muscolari, affaticamento, mal di gola e mal di testa, alterazioni o scomparsa del gusto e dell’olfatto. Sintomi questi che si trattano con il riposo, l’assunzione di liquidi, paracetamolo per avere sollievo da dolore abbassare la febbre, non essendoci un farmaco specifico.

Chi manifesta sintomi lievi

Le persone che manifestano sintomi lievi guariscono in modo relativamente rapido. La febbre dovrebbe scomparire in meno di una settimana, ma la tosse potrebbe persistere. Un’analisi su dati cinesi dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) afferma che occorrono in media due settimane per riprendersi, più o meno come una brutta influenza.

Esordio in sordina

Per alcune persone però la malattia può trasformarsi in qualcosa di più serio. Secondo i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità i primi 10 giorni di malattia sono cruciali per capirne l’andamento. È stato calcolato che tra l’esordio dei sintomi e il ricovero ospedaliero passano 4-5 giorni in media e altri 4-5 giorni trascorrono dal ricovero al trasferimento in terapia intensiva (per chi ne ha necessità). È stato infatti osservato che la malattia spesso ha un esordio in sordina e si aggrava improvvisamente pochi giorni dopo l’inizio dell’infezione. È questa la fase in cui la respirazione si fa difficile e i polmoni sono infiammati: il sistema immunitario sta cercando di reagire ma lo fa in modo esagerato con danni collaterali agli organi. «In realtà ora, dopo due mesi di epidemia abbiamo capito più cose. Intanto che i pazienti vanno gestiti in modo integrato e multi specialistico da internisti, pneumologi, infettivologi.

I farmaci

Abbiamo anche verificato che con l’uso precoce dell’idrossiclorochina e di cortisone abbinato all’eparina per chi manifesta complicanze polmonari, il rischio di aggravamento improvviso si è ridotto e abbiamo sempre meno pazienti in terapia intensiva» spiega Dario Manfellotto, Primario della UOC di Medicina Interna e direttore del Dipartimento della Discipline Mediche dell’Ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina di Roma. «Stiamo imparando con la pratica clinica – aggiunge – ad anticipare la tempesta di citochine, la risposta abnorme del sistema immunitario, che quando arriva è devastante. I primi dati clinici sulle terapie che sono stati raccolti negano l’utilità di molti farmaci, come anche di alcuni anti-virali, ma noi medici stiamo comunque utilizzando alcuni schemi di cura che andranno rivalutati nella loro importanza ed efficacia».

Chi è ricoverato in ospedale

Si stima che chi è ricoverato in ospedale può metterci dalle due alle otto settimane per riprendersi, con la stanchezza cronica che stenta ad andare via. «Notiamo sempre più spesso – dice ancora Manfellotto, che è anche Presidente Nazionale della FADOI – che la malattia può durare di più dei classici 15-20 giorni stimati all’inizio dell’epidemia, perché vi sono pazienti che mantengono il tampone positivo a lungo, anche molto tempo dopo la scomparsa dei sintomi».

Chi è ricoverato in terapia intensiva

Ancora più lungo il decorso di chi ha bisogno di un trattamento in terapia intensiva con sedazione e ventilazione meccanica. Anche in questo caso ci sono differenze personali: qualcuno ci trascorre solo qualche giorno, altri, intere settimane. Chiunque sia stato sottoposto a ventilazione meccanica ha bisogno di un tempo di «recupero» lungo e si rende necessario un trasferimento in reparti a minore intensità di cura prima della dimissione. Trascorrere molto tempo in un letto d’ospedale porta alla perdita di massa muscolare. I pazienti si sentiranno deboli e i muscoli impiegheranno del tempo a recuperare. Alcune persone avranno bisogno di fisioterapia per camminare di nuovo, ad altre servirà una riabilitazione respiratoria. I malati non più contagiosi vengono trasferiti in residenze sanitarie, che possono essere anche alberghi, dove sono aiutati a riprendere la loro autonomia. «C’è chi per carattere recupera molto rapidamente, e in questo l’aspetto psicologico pesa moltissimo – conclude Manfellotto – mentre altri hanno una convalescenza molto più lenta e fanno fatica a riprendersi. È difficile generalizzare».

CORRIERE DELLA SERA, di Cristina Marrone, Maggio 2020