Care Amiche e cari Amici della FADOI,

eccoci arrivati al mese di dicembre e, puntuali come sempre, Pinna e Grandi ci anticipano i loro doni con una serie d’interessanti abstract.

Una nota del nostro amico Giuseppe De Matthaeis introduce due articoli sulle problematiche dell’ossigenoterapia in situazioni acute nei pazienti ricoverati in ICU. Quasi come prassi ossigeno supplementare viene spesso liberamente somministrato a pazienti affetti da gravi malattie nelle Unità di Terapia Intensiva, ma i vantaggi di questa pratica non sono chiari. Infatti, si potrà notare come una supplementazione di ossigeno libera o comunque elevata (nella tecnica ad alti flussi) rispetto a una supplementazione più conservativa e controllata comporti outcome sostanzialmente sfavorevoli.

I due articoli sono uno pubblicato su JAMA, che è uno studio randomizzato monocentrico sugli effetti di una somministrazione nasale di ossigeno ad alti flussi vs una somministrazione standard in pazienti immuno-compromessi nell’Unità di Terapia Intensiva cui appartengono gli autori, e uno pubblicato su Lancet, che ha esaminato, in una revisione sistematica e successiva metanalisi, l’efficacia e la sicurezza di una somministrazione liberale di ossigeno rispetto a una somministrazione conservativa (sempre in pazienti ricoverati in terapia intensiva). Una strategia liberale dell’ossigeno ha provocato un aumento della mortalità in ospedale a 30 giorni e a un follow-up più lungo. Allo stesso modo l’ossigenoterapia ad alti flussi non ha significativamente ridotto la mortalità al 28° giorno rispetto all’ossigenoterapia standard.

La diagnosi di scompenso cardiaco in pazienti con frazione di eiezione conservata non è semplice in pazienti euvolemici con dispnea, nello studio che vi proponiamo gli AA hanno elaborato, per questi pazienti, uno score di rischio a sei item con un punteggio da 0 a 9 punti, basato su semplici caratteristiche cliniche ed ecocardiografiche per consentire, sulla base di elementi clinici, la discriminazione tra le dispnee da scompenso cardiaco a frazione di eiezione conservata e quelle da cause non cardiache e può aiutare nella decisione di progredire in ulteriori test diagnostici.

Si è sempre sostenuto il rapporto tra fibrillazione atriale, trattamento anticoagulante e declino cognitivo senile, anche se finora avevamo solo uno studio retrospettivo svedese che confermava l’ipotesi di un’associazione fibrillazione atriale/demenza, ma non avevamo studi longitudinali basati su popolazione che fornissero prove su un possibile beneficio nella riduzione del deficit cognitivo da parte dei farmaci antitrombotici. Questo studio di Ding e coll. esamina appunto l’associazione tra AF, declino cognitivo e demenza in età avanzata, e valuta se i pazienti che rientrano in tale fascia di età possano trarre beneficio dal trattamento anticoagulante anche sotto il profilo di miglioramento o mancata progressione del deficit cognitivo. Leggiamo, perché i risultati sono incoraggianti.

Giuliano Pinna, poi, non poteva farci mancare un tema a lui caro: il significato clinico della pressione arteriosa. Ci presenta, quindi, una revisione fisiopatologica dell’argomento, riuscendo in una mirabile opera di sintesi.

Argomento per noi sempre molto critico è l’uso dei farmaci in gravidanza, specie quelli cardiovascolari, perché spesso tutto è fuori evidenza. I beta  bloccanti sono molto usati in gravidanza, e non solo per l’ipertensione; ma hanno potenzialità teratogene? Questo studio di coorte eseguito su 5 paesi del Nord Europa e negli Stati Uniti cerca di portare un po’ di chiarezza.

Ecco ora uno studio sull’incidenza di danno renale acuto nei pazienti critici con l’uso empirico di beta-lattamici antipseudomonas e Vancomicina. Soprattutto a causa di quest’ultima la combinazione di piperacillina/tazobactam + vancomicina viene considerata nefrotossica; ma gli studi esistenti si concentrano su terapie prolungate piuttosto che sui brevi periodi utilizzati empiricamente nelle Unità di terapia Intensiva. Lo studio in questione la esamina proprio nei brevi periodi e i risultati non sembrano allarmanti.

Le punture lombari (LP) sono una procedura comune nella Medicina d’Urgenza. Tuttavia, gli studi hanno rilevato che i tassi di fallimento della procedura tradizionale, basata sui punti di riferimento anatomo/clinici, possono arrivare fino al 50%. La tecnica con ultrasuoni può migliorare i successi identificando visivamente la posizione e la traiettoria per la procedura. La revisione sistematica e metanalisi che viene presentata è stata eseguita per determinare se l’uso di ultrasuoni abbia effettivamente migliorato il tasso di successo delle LP.

Nei pazienti giovani affetti da colecistite calcolosa acuta, e altrimenti sani, una precoce colecistectomia laparoscopica è considerata il trattamento di scelta, ma nei pazienti ad alto rischio questa metodica rimane controversa, perché può portare a gravi morbilità e persino a morte a causa della ridotta riserva fisiologica. Pertanto, il drenaggio con catetere percutaneo guidato da imaging viene sempre più eseguito come un’alternativa alla colecistectomia. Viene presentato uno studio multicentrico controllato e randomizzato di superiorità, eseguito in 11 ospedali nei Paesi Bassi, dal febbraio 2011 al Gennaio 2016, per valutare se la colecistectomia laparoscopica è superiore al drenaggio del catetere percutaneo in pazienti ad alto rischio con colecistite calcolosa acuta.

Infine l’ANGOLO DELLE LINEE GUIDA

2018. Linee guida AHA ACC sul trattamento dell’ipercolesterolemia.
2018. Linee guida Associazione neurologi inglesi sulla puntura lombare in corso di terapia anticoagulante.
2018. Linee guida ASCO sulla profilassi antimicrobica nel cancro.

Chiude l’elenco delle Linee Guida pubblicate.

Un caro saluto e buona lettura a tutti.

Andrea Fontanella

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