Aggiorn@Fadoi 124 | 1° luglio 2020

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Care Amiche e Amici della FADOI e dell’ANÌMO,

siamo giunti al 1° luglio, l’inizio ufficiale della stagione estiva e noi siamo ancora alla ricerca della piena normalità. L’epidemia sta fortemente rallentando, soprattutto in alcune regioni, in altre sembra spenta, ma il pericolo è sempre in agguato e richiede di mantenere alta la guardia. No a messaggi fuorvianti che potrebbero far credere di esserne usciti; dobbiamo essere vigili per evitare una seconda ondata. La FADOI attraverso le sue voci istituzionali mantiene costante il suo messaggio di prudenza e vigilanza e grazie ai suoi soci prosegue il suo lavoro di tutela della salute pubblica insieme agli amici dell’ANÌMO.

Aggiorn@fadoi, come ha ininterrottamente fatto per tutto questo periodo, continua a fornirvi il suo contributo col suo primo numero estivo.

Si parte da due studi di interesse fortemente pratico: Predire le recidive di ictus criptogenetico in pazienti con forame ovale persistente. La persistenza del forame ovale e l’aneurisma del setto interatriale sono ritenuti fattori di rischio di ictus ricorrente. La chiusura con procedura trans catetere del forame ovale comporta un’importante riduzione del rischio di recidiva di ictus, ma spesso rimangono degli shunt residui. Qual è il peso dell’entità dello shunt?  Quale è, inoltre, l’importanza dell’aneurisma del setto interatriale nelle recidive di ictus? Quest’ultimo, infatti, è un’altra manifestazione che facilmente si accompagna al forame ovale pervio, fino all’avvento dell’ecocardiogramma praticamente una curiosità autoptica. Vi proponiamo la sintesi due studi, uno pubblicato su JACC e l’altro sugli Annals of Internal Medicine, corredati da un commento su JACC, I risultati sono molto interessanti.

Variazioni tra donne e uomini in fattori di rischio, trattamenti, incidenza di malattie cardiovascolari e morte in 27 Paesi a reddito alto, medio e basso: uno studio prospettico di coorte (PURE). Alcuni studi, principalmente riguardanti Paesi ad alto reddito, riportano che le donne ricevono meno cure (indagini e trattamenti) per le malattie cardiovascolari rispetto agli uomini e potrebbero quindi avere un rischio più elevato di morte. Ma considerato che la maggior parte delle malattie cardiovascolari si sviluppa in Paesi a reddito medio-basso, è necessario un approccio globale alle informazioni che confrontino, in studi di popolazione, i trattamenti e gli outcome di donne e uomini nei Paesi ad alto, medio e basso reddito. Mentre i trattamenti per le malattie cardiovascolari sono più comuni nelle donne rispetto agli uomini in prevenzione primaria, il contrario si è visto nella prevenzione secondaria. Tuttavia, si osservano risultati costantemente migliori nelle donne rispetto agli uomini, che ci siano o meno precedenti malattie cardiovascolari. Oltre a questo apparente paradosso, il lavoro cerca di capire se sussistano reali differenze negli outcome cardiovascolari tra donne e uomini nei vari Paesi e arriva alla conclusione che, forse, le differenze non dipendano tanto dal fattore genere, quanto da quello del reddito. Ma leggiamo l’articolo, pubblicato su Lancet e corredato da un interessante commento di due ricercatori dell’Università di Bologna.

Adeguatezza degli interventi coronarici percutanei nei pazienti con coronaropatia stabile negli ospedali del US Department of Veterans Affairs. Si tratta di uno studio americano, il cui sistema sanitario è ben diverso dal nostro, tuttavia ci fornisce delle indicazioni utili per stimolarci a meglio valutare le indicazioni alla PCI nella coronaropatia stabile.

Ammoniemia ed encefalopatia epatica: un rapporto da rivedere. L’encefalopatia epatica è una diagnosi clinica, ma molti clinici la rapportano, e spesso esclusivamente, ai valori dell’ammoniemia, nonostante che i livelli di quest’ultima, anche nel sano o nell’epatopaziente non encefalopatico, varino altamente nella pratica clinica, a seconda dei centri, dei laboratori e della dieta. In questo numero di aggiorn@fadoi riportiamo due lavori e un editoriale pubblicati nell’ Am J Gastroenterol che dovrebbero fugare ogni dubbio sulla disutilità di questo approccio e sulla necessità di rivedere la gestione del test dell’ammoniemia per attenzionare i clinici su un suo uso non necessario e fuorviante.

Diagnosi e trattamento dell’embolismo polmonare. Cos’abbiamo imparato negli ultimi 50 anni? Nel 1967, a Lewis Dexter, professore dell’Harvard al Peter Bent Brigham Hospital e esperto di circolazione polmonare, venne chiesto di scrivere un documento sulla diagnosi e il trattamento dell’embolia polmonare. Con la collaborazione dei suoi colleghi il documento venne pubblicato in quell’anno nel Disease a Month.  Sono passati 52 anni. Cosa è cambiato in questi 50 anni nella diagnosi e nella terapia della trombosi venosa profonda e nell’embolia polmonare? Questo articolo ha confrontato la diagnosi e il trattamento dell’embolia polmonare alla fine degli anni ’60 con il trattamento nel 2019, non senza qualche sorpresa. Sostanzialmente se i progressi nella diagnosi di tromboembolismo venoso negli ultimi 50 anni sono stati impressionanti, altrettanto non si può dire della terapia, per la quale ci sono stati, in verità, pochi avanzamenti soprattutto in termini di mortalità

L’amiodarone nella fibrillazione atriale. Dati di registro. Tra i farmaci antiaritmici l’amiodarone è quello più efficace per la fibrillazione atriale, ma a causa della sua serie di effetti secondari viene consigliato come farmaco di prima linea solo in determinate circostanze. Inoltre, a dispetto della sua efficacia, il suo uso è gravato da molte sospensioni proprio per gli effetti collaterali. Qual è, tuttavia, il reale utilizzo dell’amiodarone?  È sempre appropriato o, al contrario, non viene utilizzato anche quando ci sarebbero le indicazioni poste dalle linee guida? Di questo si è voluto occupare questo lavoro di revisione di uno dei più importanti registri americani.

Variazioni dell’NT-proBNP in uno studio multietnico sull’aterosclerosi e sviluppo futuro di demenza. La demenza è un drammatico problema di salute pubblica in tutto il mondo, alterazioni precoci nella struttura del cervello hanno dimostrato di precedere la demenza clinicamente manifesta di 5-10 anni, per cui identificarle con procedure semplici e accessibili sarebbe un grosso vantaggio. Sarebbe, quindi, molto utile avere a disposizione dei marker che ci possano avvertire che qualcosa si sta verificando, in modo da poter intervenire, per quanto possibile, già prima che si manifestino i sintomi, quando ormai è tardi. Hypertension ha pubblicato a tale proposito un lavoro su una popolazione multietnica. Tra le tante sue funzioni diagnostiche, l’NT-proBNP è stato anche associato a danno cerebrale subclinico, disfunzione cognitiva e incidenza di demenza: probabilmente esso riflette processi intermedi che collegano la CVD a un danno e a una disfunzione cerebrale. In questo studio si sono seguite le modifiche temporali dell’NT-proBNP in aggiunta ai classici fattori di rischio per circa 3 anni e dal lavoro sono emersi dati interessanti.

Rimanendo nello stesso ambito, il successivo lavoro si chiede: Abbassare la pressione arteriosa riduce l’insorgenza di demenza? L’ipertensione cronica è uno dei fattori di rischio di demenza nelle età avanzate della vita. Sarebbe intuitivo quindi pensare che ridurre la pressione riduca o ritardi la demenza o il decadimento cognitivo, ma studi importanti sono giunti a conclusioni non univoche. Questo per vari motivi e, soprattutto, perché la demenza non è stata considerata come outcome primario in questi studi. Ora questa metanalisi tenta di avere risposte definitive.

Ancora a tale riguardo, rammentiamo a tutti la sempre attuale “OPINIONE DELL’ESPERTO” di Chiara Mussi pubblicata il 10 settembre 2016_ La demenza: un esempio di gestione complessa nell’ambito del progetto Disease Control Priority Network.

ULTIMO MINUTO

Valutazioni cliniche e immunologiche delle infezioni asintomatiche SARS-CoV-2. Precedenti studi hanno dimostrato che la maggior parte delle persone infettate dal coronavirus   sviluppano anticorpi e le strutture sanitarie di tutto il mondo forniscono test anticorpali come un modo per dimostrare che una persona abbia già avuto l’infezione. Tuttavia, le persone che sviluppano anticorpi dopo essere state infettate dal coronavirus potrebbero dopo qualche mese (se non qualche settimana) non averli più in circolo. Soprattutto i pazienti che hanno sviluppato il contagio in modo asintomatico. Questo studio cinese, appena pubblicato sul giornale online Nature Medicine, su 37 pazienti sintomatici confrontati con 37 pazienti asintomatici cerca di fare il punto sulla loro situazione immunologica.

L’ANGOLO DEI GIOVANI

Questo numero di  aggiorn@fadoi inaugura una nuova rubrica. Vista l’attenzione che la FADOI ha sempre dedicato ai giovani, si è voluto dare spazio  a loro progetti di ricerca e  a loro  lavori scientifici, anche  in fase di proposta e di elaborazione o recentemente pubblicati, anche su riviste non impattate.

La proposta odierna  è di Rosalba Cipriani e  dei colleghi della FADOI Lazio che ci propongono un lavoro sull’ecografia toracica bed-side in pazienti affetti da polmonite Covid-19.

L’argomento è particolarmente interessante sia per la sua  attualità sia per i vantaggi che offre al paziente  in termini di minore stress e perché evita l’ esposizione a radiazioni ionizzanti.

Sempre a proposito dell’ecografia toracica, vi rimandiamo  alla bellissima “OPINIONE DELL’ ESPERTO” di Francesco Cipollini, pubblicata un data 10.11.2017.

L’ANGOLO DELLE LINEE GUIDA

  1. Linee guida su Cancro della vescica muscolo invasivo e metastatico. European Association of Urology (EAU) 2020.
  2. Work-up endocrino nell’obesità. European Society of Endocrinology Clinical Practice Guideline 2020.
  3. Linee guida Pancreatiti acute. American Gastroenterological Association 2018. Recente sinossi di JAMA 2020.

Questo e tutto, e non è poco, care amiche e amici. Un “forza” ai Giovani FADOI a contribuire alla nuova rubrica.

Una buona lettura a tutti voi.

Andrea Fontanella

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